Abuso dei mezzi di correzione

10.02.2020

L'art. 571 c.p. è collocato all'interno dell'undicesimo titolo del secondo libro del codice penale, titolo dedicato ai delitti contro la famiglia ed, in particolare, nel capo quarto, intitolato "dei delitti contro l'assistenza familiare".

La ratio 

Tale norma è una delle più discusse del nostro ordinamento, sia per quanto concerne il variegato ambito di applicazione, sia per quanto riguarda il suo contenuto, che ha dato origine a diversi contrasti interpretativi. 

La norma, in particolare, ha la finalità di reprimere la condotta di tutti coloro che, in forza della loro autorità, abusano dei mezzi di correzione e di disciplina nei confronti della persona loro sottoposta o a loro affidata per ragioni di educazione, istruzione, cura, vigilanza o custodia o per l'esercizio di una professione o di un'arte, se dal fatto deriva un pericolo al corpo o alla mente.

Il bene giuridico tutelato è l'interesse dello Stato alla salvaguardia della famiglia e di tutte le altre istituzioni interessate nei rapporti di disciplina.

Tuttavia, le intenzioni del legislatore hanno preso la forma, attraverso la norma, della "consacrazione legislativa di quella concezione medievale" che l'uso della violenza fisica o morale sia legittima, purché non causi una malattia nel corpo e nella mente.


Il reato di abuso dei mezzi di correzione o di disciplina non ha, differentemente dai maltrattamenti in famiglia, natura di reato necessariamente abituale, sicché ben può ritenersi integrato da un unico atto espressivo dell'abuso, ovvero da una serie di comportamenti lesivi dell'incolumità fisica e della serenità psichica del minore, che, mantenuti per un periodo di tempo apprezzabile e complessivamente considerati, realizzano l'evento, quale che sia l'intenzione correttiva o disciplinare del soggetto attivo. (Cassazione Penale, sez. VI, sentenza 16 febbraio 2010, n. 18289)

Per l'integrazione del reato, peraltro è reputato sufficiente il mero pericolo che i soggetti passivi subiscano una malattia nel corpo o nella mente (Cassazione Penale, sez. VI, sentenza 12 febbraio 2008, n. 11038)

La vittima 

Nonostante la disposizione normativa utilizzi l'espressione "chiunque", è necessario che il soggetto attivo del reato sia titolare di un potere legittimo di correzione o di disciplina.

Conseguentemente, si è in presenza di un reato proprio, considerato che i soggetti attivi, e, quindi, legittimati ad usare mezzi di correzione o di disciplina, possono essere soltanto quegli individui legati al soggetto passivo da un vincolo di cui sono titolari in ragione di una particolare forma di autorità, che si concretizza nello ius corrigendi.

Secondo la giurisprudenza, tale reato non è configurabile nel caso in cui il soggetto passivo sia il figlio divenuto maggiorenne dell'agente. Infatti può sussistere esclusivamente nei confronti del genitore fin tanto si configuri in capo a quest'ultimo la potestà sul figlio: potestà che gli conferisce, nell'interesse del figlio stesso, il diritto-dovere di educare la prole e alla quale corrisponde quella situazione di soggezione del figlio che non può sottrarsi a tali poteri, dovendosi limitare a subirli (il che rende conseguentemente necessario un controllo da parte dell'ordinamento sul loro corretto esercizio) (Cassazione Penale, sez. VI, sentenza 10 gennaio 2011, n. 4444).

L'attore 

La condotta sanzionata si concretizza quando l'azione posta in essere dal soggetto attivo, trascendendo i limiti dell'uso del potere correttivo e disciplinare a lui spettante nei confronti della persona offesa, sconfina nell'abuso, qualora lo ius corrigendi venga esercitato con modalità non adeguate o per perseguire un interesse diverso da quello per il quale è conferito dall'ordinamento.

Tale delitto, così come è stato delineato dalla norma, è sottoposto ad una condizione obiettiva di punibilità, in quanto l'abuso del mezzo correttivo o disciplinare integra il reato solamente se da esso derivi una malattia nel corpo e nella mente del soggetto passivo.

Rilevante ai fini della sussistenza della condotta tipica è la nozione di malattia nella mente (il cui rischio di causazione implica la rilevanza penale della condotta). Essa è più ampia di quelle relative all'imputabilità ovvero ai fatti di lesione personale, estendendosi fino a comprendere ogni conseguenza rilevante sulla salute psichica del soggetto passivo, dallo stato d'ansia all'insonnia, dalla depressione ai disturbi del carattere e del comportamento. (Cassazione Penale, sez. VI, sentenza 16 febbraio 2010, n. 18289).