Cassazione: l'omosessualità è una malattia? 

22.04.2020

La Cassazione ammette nell'ordinamento una sentenza ecclesiastica che definisce nullo un matrimonio contratto fra una donna omosessuale ed un uomo. Motivo? Malattia psichica. 

La vicenda

Nel 2012 il marito decide di chiedere al Tribunale ecclesiastico regionale Pugliese la sentenza di nullità del matrimonio contratto con la moglie. Il tribunale ritiene che il matrimonio sia nullo perché sussiste uno dei vizi del consenso previsti dalla legge canonica. 

Nell'anno 2017 l'uomo chiede alla Corte d'appello di Lecce la delibazione della sentenza ecclesiastica nell'ordinamento italiano e viene ammessa. 

Il Sostituto Procuratore fa ricorso in Cassazione perché ritiene che le motivazioni che hanno portato il giudice ecclesiastico a decidere sulla nullità del matrimonio contratto sono contrarie alle norme costituzionali e a quelle Europee. 

Il 20 aprile 2020 la Corte di Cassazione emette una sentenza in cui rigetta il ricorso e dichiara la sentenza ecclesiastica in piena conformità con le norme del nostro ordinamento. 


Il diritto canonico

Il codice di diritto canonico disciplina l'andamento della vita di fedeli ed ecclesiastici appartenenti alla Chiesa Cattolica ed è ovviamente applicato anche al matrimonio cattolico, chiamato concordatario a motivo degli accordi fra lo Stato Italiano e la Chiesa Cattolica che sono disciplinati nella legge 121 del 1985. Difatti, il codex juris canonici prevede una sola modalità per cui il matrimonio si possa "annullare", come erratamente viene detto colloquialmente. La Chiesa Cattolica, differentemente dallo Stato Italiano, ritiene il matrimonio come un sacramento indissolubile e pertanto "non scioglibile". L'unica possibilità per cui tale vincolo venga dichiarato nullo si ha nel momento in cui si dimostra un'impedimento precedente alla celebrazione del matrimonio, quelli che in diritto chiamiamo: vizi del consenso. 

I canoni (così si chiamano gli articoli del codice di diritto canonico) 1095 e ss. del CJC prevedono 9 vizi del consenso che rendono nullo il matrimonio: nei casi di incapacità per carenza di sufficiente uso della ragione, per difetto di discrezione di giudizio, per cause di natura psichica, circa l'essenza del matrimonio, circa l'identità fisica del coniuge o sue specifiche qualità, per dolo, per simulazione del consenso matrimoniale, perché erano state fissate delle condizioni, perché  il matrimonio era stato contratto con timore e violenza. 

Nel caso in questione, il tribunale ecclesiastico ha annullato il matrimonio per il vizio del consenso previsto dall'art. 1095 CJC comma 3: per cause di natura psichica. Cioè coloro che siano privi della necessaria capacità naturale al matrimonio, in quanto, pur dotati di sufficiente uso di ragione e di capacità valutativa in ordine alle essenziali obbligazioni che esso comporta, non sono in grado di assumerle e/o di adempierle, intendendo per cause di natura psichica le malattie mentali. 

Fin qui potremmo dire, è simile al nostro ordinamento, difatti anche l'art. 122 del codice civile prevede che il coniuge possa impugnare il matrimonio contratto con persona che abbia una malattia psichica. Con la differenza, essenziale, che per il nostro ordinamento l'annullamento può avvenire anche se la patologia emerga successivamente alla celebrazione del matrimonio. 

Il caso

La questione però diviene spinosa nel momento in cui dobbiamo connettere la norma a questo caso concreto. Vi chiederete: ma cosa centra la malattia psichica con l'omosessualità della moglie? Ebbene sì, bisogna attraversare il Tevere ed essere rimbalzati nel lontano 1500 per renderci conto che, a pochi metri dalla Suprema Corte, centro del nostro diritto, vi è uno Stato nel quale l'omosessualità è considerata come una "deviazione sessuale" e perciò una malattia psichica. 
Aberrante certo, ma probabilmente nessuno di noi spalancherà la bocca, è risaputo che il Vaticano con gli omosessuali non è mai andato molto d'accordo, pur avendo un elevato numero fra le proprie mura. 

Il procedimento in Italia

La cosa però diviene inquietante nel momento in cui, l'Italia si trova a dover applicare la sentenza vaticana in ambito italiano. Seppur ci torni molto difficile, dobbiamo però comprendere che lo Stato Città del Vaticano è un ordinamento differente ed è a tutti gli effetti uno stato sovrano con un proprio ordinamento giuridico e diplomatico. Per questi motivi, la sentenza ecclesiastica, per essere introdotta nel nostro ordinamento deve seguire l'iter della delibazione di una sentenza estera. 

Ogni ordinamento però è differente, pertanto il giudice si trova a dover fare da "controllore" e verificare il contenuto della sentenza, sopratutto assicurarsi che gli effetti della decisione non abbiano un impatto negativo nel nostro Paese. 

Ecco che giungiamo al problema di questa sentenza della Cassazione. Nel 2017 venne chiesto alla Corte d'Appello di Lecce, luogo di residenza dei due coniugi, di delibare questa sentenza ecclesiastica, cioè? Renderla a tutti gli effetti valida anche per il nostro ordinamento. A quale fine? Al fine di far risposare l'uomo in chiesa avendo, tale matrimonio, nuovamente effetti civili. 

La Corte d'Appello ha ritenuto di applicare tale sentenza perché era in piena armonia con il nostro ordinamento. Il giudice perciò ha ritenuto che, anche nel nostro ordinamento, fosse ammissibile ritenere nullo un matrimonio perché la persona omosessuale è affetta da malattia psichica. 

Inquietante quindi, che l'Italia nel 2020 possa ammettere che qualcuno definisca l'omosessualità una malattia psichica. Forse qualche giudice è rimasto fermo al 16 maggio 1990 ma nel frattempo il mondo è andato avanti. Sappiamo bene che nel nostro Paese, purtroppo, l'omosessualità non è accettata ma è tollerata; non giochiamo sulle parole ma sull'importanza del concetto. L'omosessualità si potrà dire accettata quando nessuno avrà neppure il timore di dirsi tale, quando nessuno presumerà più che il proprio figlio si debba sposare necessariamente con una donna, quando gli amici non faranno più battute a sfondo sessista, ecc... In Italia il percorso è molto lungo e molti muri vanno abbattuti. Uno di questi è proprio il pensiero di una parte di cattolici che ritengono gli omosessuali debbano essere "penitenti obbedienti". 

Il pubblico ministero perciò, a seguito della pronuncia del tribunale di Lecce, ha deciso di portare la questione di fronte alla Suprema Corte perché riteneva che tale sentenza andasse contro i principi costituzionali ma ancor peggio contro tutta la giurisprudenza europea. Nonostante questo però la Cassazione ha ritenuto più giusto applicare la sentenza vaticana, senza ombra di dubbio. 

Sembrerà strano ma la questione dell'applicazione delle sentenze ecclesiastiche non è la prima volta che emerge, e l'Italia è stata sanzionata dalla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo. 

Difatti vi è un precedente. 

Pellegrini Vs Italia 

Nell'anno 2000 la Sig.ra Pellegrini si rivolse alla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo perché il marito, nel 1987,  chiese l'annullamento del matrimonio al Tribunale Ecclesiastico Regionale del Lazio e lo stesso tribunale sentenziò senza permettere alla signora di partecipare al processo o di essere assistita da un avvocato. Addirittura Maria Grazia chiese copia del fascicolo ma il tribunale le negò l'accesso agli atti. La donna fece "appello" alla Sacra Rota ( il tribunale di seconda ed ultima istanza della Città del Vaticano) ma non vi fu alcun esito. Due anni dopo il marito la cita dinnanzi alla Corte d'Appello di Firenze per la delibazione della sentenza ecclesiastica. La signora Pellegrini intervenne chiedendo l'annullamento ma la sentenza fu applicata. 

Maria Grazia Pellegrini si rivolse alla Corte Europea adducendo la violazione dell'art. 6 comma 1 della Convenzione Europea dei diritti dell'uomo. 

La Corte ritenne che vi fu violazione ma non poteva intervenire nella giurisdizione vaticana in quanto la Santa Sede non è firmataria della Convenzione. Allo stesso tempo però la Corte ha ritenuto dover sanzionare l'Italia per due motivi: in primo luogo la signora Pellegrini aveva promosso il ricorso proprio contro l'Italia, in secondo luogo perché ha ritenuto la Corte, "quando la decisione di cui si chiede la delibazione da tribunali di un Paese dove non si applica la convenzione, occorre debitamente verificare che il relativo procedimento soddisfi le garanzie dell'articolo 6. Il diritto ad un procedimento in contraddittorio, che è uno degli elementi di un processo equo ai sensi dell'articolo 6, paragrafo 1, implica che ciascuna parte di un processo, penale o civile, debba avere la facoltà di conoscere e discutere ogni documento e/o osservazione presentata al giudice al fine di influenzare la sua sentenza. Spetta alle sole parti in causa valutare se un elemento prodotto dalla controparte o da testimoni richieda osservazioni. Ne va, in particolare, della fiducia nel funzionamento della Giustizia, che si fonda, tra l'altro, sulla sicurezza di essersi potuti esprimere su documento del fascicolo. Lo stesso dicasi relativamente all'assistenza di un avvocato".

La Corte ha osservato, anzitutto, che la dichiarazione di nullità del matrimonio della ricorrente è stata pronunciata dai Tribunali del Vaticano, poi resa esecutiva dai Tribunali italiani. Il Vaticano non ha ratificato la Convenzione e del resto il ricorso è rivolto contro l'Italia: il compito della Corte consiste, di conseguenza, non nell'esaminare se il procedimento che si è svolto innanzi le autorità ecclesiastiche fosse conforme all'articolo 6 della convenzione ma se i tribunali italiani, prima della delibazione della predetta dichiarazione di nullità, abbiano debitamente verificato che il relativo procedimento soddisfacesse le garanzie dell' articolo 6; tale controllo, in realtà, è d'obbligo quando la decisione di cui si chiede la delibazione promana da un tribunale di un Paese dove non si applica la Convenzione. Simile controllo è tanto più necessario quando la posta della delibazione è di capitale importanza per le parti. 


Conclusioni

Possiamo dedurre pertanto che la Corte Europea dei diritti dell'Uomo ritenga fondamentale il controllo e il "filtraggio" di sentenze che contengono delle violazioni dei diritti fondamentali dell'uomo anche se provengono da Paesi non firmatari della Convenzione. Anzi, la Corte ritiene, è ancor più importante il controllo se si sa che quel Paese non applica i principi fondamentali della Convenzione. In conclusione, quindi, non possiamo permettere che lo Stato Italiano e anche un solo giudice possa avere la convinzione che sia giusto considerare l'omosessualità come una malattia di natura psichica o una deviazione sessuale. 


Purtroppo, anche questa decisione ci insegna che quei metri che dividono il Palazzaccio della Cassazione dal Palazzo Apostolico, sono troppo pochi. 



Marco Perfetti