Il diritto all'oblio della madre

04.04.2020

Diritto della madre a mantenere l'anonimato e diritto del figlio a conoscere le proprie origini. Chi tutela lo Stato Italiano? 


Il diritto all'oblio è un diritto fondamentale della persona e, in particolare, costituisce espressione di quel fenomeno conosciuto dai giuristi come emersione di "nuovi diritti". Infatti, il diritto all'oblio rappresenta una specificazione del diritto fondamentale alla riservatezza e all'identità personale, riconosciuto e garantito dalla Costituzione, la cui esigenza di tutela è emersa nell'ultimo ventennio a seguito del progresso e dell'evoluzione sociale e tecnologica, nonché dell'apertura dell'ordinamento interno alle fonti sovranazionali, le quali talvolta introducono nuovi diritti, talaltra conferiscono nuova connotazione ai diritti fondamentali già presenti nel nostro sistema interno. 


Ma quando questo diritto si scontra con altri diritti? 

In relazione al diritto all'oblio, conosciuto anche come "diritto ad essere dimenticati", una delle principali questioni che attanaglia la nostra giurisprudenza è il diritto della madre naturale a mantenere l'anonimato a seguito del parto, a cui si contrappone inevitabilmente, il diritto del figlio a conoscere le proprie origini


E' più importante rispettare la volontà della madre che decide di non far conoscere le proprie origini oppure tutelare il diritto di un bambino a conoscere le proprie origini ed avere una famiglia? 



Il diritto del bambino a conoscere le proprie origini costituisce espressione di un diritto fondamentale della persona, segnatamente, del diritto all'identità personale, al pieno sviluppo ed estrinsecazione della persona, nonché del diritto del minore ad avere una famiglia. 

Trattandosi di due diritti, peraltro inerenti la sfera della personalità, al legislatore ed alla giurisprudenza è rimesso il compito di operare un bilanciamento e rinvenire un punto di equilibrio, laddove possa raggiungersi un'adeguata tutela dell'uno, con il minor corrispondente sacrificio dell'altro. 


Come si comporta l'Italia? 

A tal proposito, il legislatore, intervenuto con la legge n. 184/1983 in materia di adozione e affidamento dei minori, optava per la massima tutela della riservatezza della madre, considerando il diritto di quest'ultima prevalente, in particolare, al fine di garantire la possibilità di partorire in strutture adeguate, mantenendo l'anonimato, a donne la cui condizione personale, sociale od economica non avrebbe consentito loro di tenere con sé il bambino. 

Una scelta che tende palesemente a proteggere la volontà della madre mettendo così in riserva il diritto del bambino. 


Come deve comportarsi uno Stato? 

Lo Stato però, sappiamo bene, deve comportarsi come garante dei diritti dei più deboli e favorire, nelle scelte legislative, il benessere di tutti ma sopratutto portando tutti ad uno stesso piano di uguaglianza. Questo ovviamente è più difficile quando si parla di minori e adulti. Difatti le scelte dovrebbero essere orientate a tutelare il "superiore interesse del bambino" come raccomanda la Convenzione dei diritti del fanciullo

In Italia, invece, attraverso la tutela della madre, il legislatore intendeva perseguire un obiettivo di garanzia trascendente il singolo e operante su un piano di utilità sociale, quello della protezione delle nascite, dello sviluppo e della tutela della salute della gestante e della prole. 

Invero, l'art. 28 della l. 184/1983 prevede la possibilità per il figlio adottivo, compiuto il venticinquesimo anno di età, di accedere alle informazioni riguardanti le proprie informazioni biologiche, salvo che egli non sia stato riconosciuto alla nascita dalla madre naturale o che alcuno dei genitori biologici "abbia dichiarato di non voler essere nominato o abbia prestato in consenso all'adozione a condizione di rimanere anonimo". 

Pertanto, la scelta compiuta dal legislatore si rivolge sempre e soltanto alla tutela dell'anonimato della madre, non prevedendo neppure alcuno strumento volto a verificare l'attualità e la persistenza di una volontà in tal senso. Attraverso l'irrevocabilità della scelta, si garantisce, da un lato, costante tutela alla madre, anche a distanza di anni dal parto, dall'altro, il diritto del figlio a non subire in futuro intrusioni nella proprie sfera personale da parte della madre in ipotesi di ripensamento. 

Scelte che si contrappongono con la Convenzione di New York e con la Convenzione Europea dei diritti dell'Uomo

Difatti la Convenzione di New York prevede:

"Il fanciullo dovrà essere registrato immediatamente dopo la nascita ed a partire da essa avrà diritto a conoscere i propri genitori ed essere da essi accudito." Art. 7 UNCRC

"Gli Stati parti s'impegnano a rispettare il diritto del fanciullo di conservare la propria identità nazionalità, nome e relazioni familiari, quali riconosciuti per legge, senza interferenze illegali. Se il fanciullo viene illegalmente privato degli elementi costitutivi della sua identità o di alcuni di essi gli Stati parti forniranno adeguata assistenza e tutela affinché venga sollecitamente ristabilita." Art. 8 UNCRC

Previsioni che pertanto vengono disattese dal nostro ordinamento. Inoltre la Convenzione europea dei diritti dell'Uomo prevede: 

"Ogni persona ha diritto al rispetto della propria vita privata e familiare, del proprio domicilio e della propria corrispondenza." Art. 8 CEDU


Difatti, la scelta del legislatore, reputata legittima dalla Corte Costituzionale nel 2005, è stata rimessa in discussione da parte della Corte EDU nel 2012, quando la Corte dei diritti ha affermato che la legislazione italiana non tenta in realtà di operare alcun bilanciamento tra i fondamentali diritti che vengono in rilievo, optando, al contrario, per un'assoluta a cieca preferenza per gli interessi della madre. In tal senso, la Corte ha riscontrato una violazione dell'art. 8 CEDU


Sulla scorta di tale decisione, la Corte Costituzionale, nuovamente invitata a pronunciarsi, ha dichiarato, con sentenza n. 278/2013, la parziale illegittimità costituzionale dell'art. 28 co. 7 l. 184/83, "nella parte in cui non prevede - attraverso un procedimento, stabilito dalla legge, che assicuri la massima riservatezza - la possibilità per il giudice di interpellare la madre - che abbia dichiarato di non voler essere nominata ai sensi dell'art. 30, comma 1, del d.P.R. 3 novembre 2000, n. 396" a seguito della richiesta del figlio di conoscere le proprie origini, al fine di verificare la persistenza e l'attualità della scelta dell'anonimato compiuta all'atto del parto. Nella medesima pronuncia, la Corte ha invitato il legislatore ad intervenire, colmando la alcuna normativa venutasi a creare.


Nonostante ciò, l'inerzia del potere legislativo perdura tutt'oggi, sicché è la giurisprudenza ad occuparsi della questione, nel tentativo di delinearne i delicati confini ma purtroppo sempre a favore della madre e mai tutelando il "superiore interesse del bambino".

Le Sezioni Unite hanno affermato che "in tema di parto anonimo, per effetto della sentenza delle Corte cost. n. 278 del 2013, ancorché il legislatore non abbia ancora introdotto la disciplina procedimentale attuativa, sussiste la possibilità per il giudice, su richiesta del figlio desideroso di conoscere le proprie origini e di accedere alla propria storia parentale, di interpellare la madre che abbia dichiarato alla nascita di non voler essere nominata, ai fini di una eventuale revoca di tale dichiarazione, e ciò con modalità procedimentali, tratte dal quadro normativo e dal principio somministrato dalla Corte suddetta, idonee ad assicurare la massima riservatezza ed il più assoluto rispetto della dignità della donna, fermo restando che il diritto del figlio trova un limite insuperabile allorché la dichiarazione iniziale per l'anonimato non sia rimossa in seguito all'interpello e persista il diniego della madre di svelare la propria identità" (così Sez. Un. sent. n. 1946/2017).

Ciò che ci si chiede è: si può parlare di assoluto rispetto della dignità della donna in riferimento alla maternità? Non sarà forse una scelta ideologica che piuttosto che garantire il più debole si limita ad elevare la donna  al di sopra di tutto? Persino del proprio figlio?  

Resta di fatto che la Corte Europea nuovamente ha richiamato l'Italia ad adeguare la propria legislazione a quanto previsto dalla Convenzione Europea, testo troppe volte disatteso dal nostro Paese.