Corte EDU: Omofobia sanzionabile penalmente

11.06.2020

La Corte Europea dei Diritti dell'Uomo ha respinto il ricorso di un uomo omofobo che lamentava la violazione della libertà di espressione. 

Il caso

Il signor Carl Jóhann Lilliendahl, è un cittadino islandese, nato nel 1946 e residente a Reykjavik.

Nell'aprile 2015, le autorità locali di Hafnarfjörður, una città dell'Islanda, hanno approvato una proposta per rafforzare l'istruzione nelle scuole elementari e secondarie in materia di lesbiche, gay, bisessuali o transessuali. Ciò doveva essere fatto in collaborazione con l'associazione nazionale LGBT, Samtökin '78.

La decisione ha portato a una sostanziale discussione pubblica, su giornali e social media, in cui il signor Lilliendahl è stato coinvolto. In particolare, egli scrisse commenti in risposta a un articolo online, esprimendo il suo disgusto e usando parole dispregiative per l'omosessualità, ovvero kynvilla (in italiano: deviazione sessuale) e kynvillingar (in italiano: devianti sessuali).

Samtökin '78 ha trasmesso i commenti del richiedente alla polizia. 

A seguito di un'indagine, nel novembre 2016 il sig. Carl Jóhann Lilliendahl è stato incriminato ai sensi dell'articolo 233, lettera a), del Codice penale islandese che punisce pubblicamente lo scherno, la diffamazione, la denigrazione o la minaccia di una persona o di un gruppo di persone per determinate caratteristiche, tra cui l'orientamento sessuale o l'identità di genere.

Il richiedente è stato assolto in primo grado, ma nel dicembre 2017 la Corte Suprema ha annullato la sentenza del tribunale e lo ha condannato, multandolo di 100.000 krónur islandesi (circa 800 euro all'epoca).

La Corte Suprema Islandese ha ritenuto che le osservazioni del ricorrente fossero "gravi, gravemente lesive e pregiudizievoli" e, soppesando i diritti concorrenti in gioco nel caso, ha ritenuto giustificato e necessario limitare la libertà di espressione del ricorrente al fine di contrastare il pregiudizio, l'odio e il disprezzo e proteggere i diritti dei gruppi sociali che sono stati storicamente oggetto di discriminazione.


Il ricorso alla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo

L'istanza è stata presentata alla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo il 12 giugno 2018.

Il ricorrente lamentava la violazione dell'articolo 10 (libertà di espressione) e dell'articolo 14 (divieto di discriminazione) della Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo.


La decisione è stata presa l'11 giugno 2020 dalla Corte Edu da una camera di sette giudici, composta come segue:

Marko Bošnjak (Slovenia), presidente, 

Robert Spano (Islanda),

Egidijus Kūris (Lituania),

Ivana Jelić (Montenegro),

Arnfinn Bårdsen (Norvegia), Darian Pavli (Albania), Peeter Roosma (Estonia),

e anche Stanley Naismith, cancelliere di sezione. 


Decisione della Corte


La Corte ha constatato, come il tribunale islandese, che i commenti avevano promosso l'intolleranza e l'odio verso gli omosessuali. Essa ha quindi ritenuto che rientrassero nella forma "meno grave" di "discorso d'odio" ai sensi della sua giurisprudenza, che in precedenza aveva ritenuto che gli Stati fossero autorizzati a limitare.

Ha inoltre convenuto con la Corte suprema che l'articolo 233, lettera a), del Codice penale generale è stato formulato in modo sufficientemente chiaro da consentire al richiedente di prevedere la possibilità di applicarlo al suo caso. L'ingerenza nella sua libertà di espressione era stata quindi "prescritta dalla legge" e aveva inoltre perseguito il legittimo obiettivo di "proteggere i diritti altrui".

Per quanto riguarda la proporzionalità dell'ingerenza, la Corte ha concluso che la valutazione della Corte Suprema sulla natura e la gravità dei commenti non era stata manifestamente irragionevole. Né la sanzione da essa comminata, una multa piuttosto che una pena detentiva, era stata eccessiva.

Infatti, la Corte Suprema aveva ampiamente soppesato gli interessi in gioco, vale a dire il diritto alla libertà di espressione della ricorrente contro il diritto alla vita privata delle persone omosessuali.

La Corte ha pertanto ritenuto che la denuncia del ricorrente ai sensi dell'articolo 10 CEDU fosse manifestamente infondata e l'ha respinta in quanto inammissibile.