Vicenza: poliziotto tenta lo strangolamento di un ventunenne vicentino 

13.08.2020

Lunedì 10 Agosto in Piazza Castello a Vicenza un poliziotto, durante un'operazione di Polizia, tenta di placcare un giovane. Succede il peggio. 

I fatti

Sono le 18 in Piazza Castello a Vicenza e due uomini iniziano una rissa. Un gruppo di ragazzi ed altri vicentini assistono alla scena, qualcuno chiama la Polizia di Stato. I ragazzi erano appena stati a fare compere ad un vicino market e si sono fermati ad assistere alla scena; prima dell'arrivo degli agenti qualcuno ha anche tentato di dividere i due soggetti, così racconta Bara Abdoul. 

Quando gli agenti giungono sul posto, effettuano i controlli ai due soggetti, li identificano e li dividono. Nel frattempo però ad attirare l'attenzione di uno dei due agenti è il gruppetto di ragazzi che "sghignazzano e ridono". Non sa per cosa stiano ridendo ma pensa che stiano ridendo di lui e dice ai giovani di allontanarsi e di smetterla di ridere. Dopo poco si avvicina a Denis e agli altri e mentre proferisce qualche parola con il ragazzo, tenta di afferrarlo per il braccio. 

Tutto quello che raccontiamo è solo il racconto che viene fatto dai giovani e dall'agente di polizia in maniera anche poco chiara, perchè sono gli attimi precedenti a quanto accaduto e immortalato nei video rimbalzati in rete e che hanno fatto inorridire tutti. Nel primo video che circola in rete infatti si giunge fino a questo istante nel quale si vede l'agente di P.G. che afferra per un braccio il ventunenne e lui si divincola. Successivamente poi inizia un battibecco e sembra che il poliziotto chieda i documenti al giovane per poterlo identificare. Il ragazzo rifiuta di fornire i documenti adducendo che non avesse fatto nulla e non stava schernendo il poliziotto o il suo operato e quindi non vi era motivo di scaldarsi. Mentre che il giovane cammina, si divincola e discute con l'agente, ad un certo punto il poliziotto lo coglie di sorpresa alle spalle e lo afferra per il collo premendo con il bicipite. La presa dura qualche secondo che però terrorizza chi era attorno e riprendeva (per fortuna) e anche il giovane che per qualche istante non riusciva a respirare. Mentre il giovane tenta di divincolarsi da questa presa da wrestling, entrambi si accasciano a terra e subito si rialzano. Visto che i presenti hanno iniziato ad urlare: "lo strozzi, lascialo", il poliziotto ha mollato la presa ed ha iniziato ad urlare al collega, che era rimasto turbato dal metodo utilizzato dall'agente, di chiamare il 118. 

Il giovane successivamente è stato identificato e arrestato per resistenza a pubblico ufficiale, arresto convalidato dal GIP di Vicenza, mercoledì mattina. Il GIP però non ha ritenuto vi fossero gli elementi per poter applicare misure cautelari nei conforti del giovane ma piuttosto ha rinviato al 18 settembre l'udienza per poter acquisire le telecamere della piazza e le testimonianze dei presenti. 

Riflettiamo 

Dobbiamo però fare una profonda riflessione. L'accaduto è stato subito collegato ai fatti di Minneapolis, ove Floyd è morto proprio per un attacco del genere da parte di un agente statale. 

Sappiamo che il nostro ordinamento è fondato su un principio fondante della democrazia e del buon funzionamento di una società, ovvero lo stato di diritto. Questo ci consente di vivere senza classi e privilegi, ovvero tutti, nessuno escluso, sono soggetti alla legge ed essa regola tutto il nostro vivere. 

Le domande che sorgono spontanee sono: 

Delle persone di ventuno anni non possono ridere in una piazza? Se anche avessero riso del poliziotto, sarebbe reato? Se anche avessero riso e schernito il poliziotto, era necessario rispondere in questo modo? 

Nel nostro ordinamento la libertà è fondante della nostra costituzione, pertanto ognuno è libero di fare ciò che vuole senza ledere la dignità e la libertà delle altre persone. Ora ci si domanda: un uomo di 40 anni (penso sia l'età dell'agente) se la può prendere per dei ragazzini che ridono? Solitamente, se anche questo fosse vero, un uomo adulto lascia perdere e continua nel suo lavoro senza occuparsi di ragazzini impertinenti. Ma purtroppo questo non è confermato da nessuno, anzi da come è raccontata la vicenda e dai video prodotti sembra che l'agente abbia invece voluto mostrare il suo potere ai giovani per intimidirli e in questo modo aggredire Denis, che si rifiutava di dare i documenti. 

Una riflessione bisogna farla anche sulla proporzionalità dell'azione. Ovvero: se il ragazzo ha sbagliato e non ti vuole fornire i documenti, tu cosa fai? Lo strangoli?

Solitamente, gli addestramenti della Polizia insegnano che qual ora ci si renda conto che la pattuglia non riesca a far fronte all'attività che sta compiendo, deve chiamare rinforzi. Ciò significa che i due agenti avrebbero dovuto chiamare una o due volanti e accerchiare il ragazzo per poterlo identificare. Senza violenza. Sì, senza violenza perché il giovane non era armato, non era violento e non aveva proferito minacce. 

Inutile poi dire: "Eh ma doveva dare i documenti". Questo obbligo sussiste a livello morale e di buon senso ma non è un obbligo giuridico. Difatti guardiamo cosa dice la legge, sia inerente a ciò che il ragazzo ha omesso di fare sia per quanto riguarda l'attività dell'agente di polizia. 


Cosa dice la legge? 


Il rifiuto di fornire il documento 

L'articolo 651 del codice penale dice: "Rifiuto d'indicazioni sulla propria identità personale" ovvero fa riferimento ad una richiesta da parte dell'ufficiale di P.G. inerente al nome, cognome, residenza, luogo di nascita ecc.. Tutte cose che troviamo nel documento d'identità ma che il soggetto, camminando per strada, non è tenuto ad avere e pertanto può dichiarare a voce alla Polizia senza esibire documenti. Pertanto tale articolo non può essere contestato al giovane Denis. 

Al massimo, il giovane doveva rispettare l'art. 4 del  testo unico delle leggi di pubblica sicurezza che recita: "L'autorità di pubblica sicurezza ha facoltà di ordinare che le persone pericolose o sospette e coloro che non sono in grado o si rifiutano di provare la loro identità siano sottoposti a rilievi segnaletici. Ha facoltà inoltre di ordinare alle persone pericolose o sospette di munirsi, entro un dato termine, della carta di identità e di esibirla ad ogni richiesta degli ufficiali o degli agenti di pubblica sicurezza."  e l'art. 294 del regolamento attuativo che recita: "La carta d'identità od i titoli equipollenti devono essere esibiti ad ogni richiesta degli ufficiali e degli agenti di pubblica sicurezza.". Non il 651 c.p. che, fra l'altro, giurisprudenza ribadisce che la richiesta debba essere legittima. 


Per quanto riguarda l'adempimento del 651 c.p. anche la Suprema Corte di Cassazione ribadisce che non sia necessario fornire il documento ma semplicemente permettere l'identificazione corretta dichiarando le proprie generalità. (Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 2261 del 2 marzo 1992)


La resistenza al pubblico ufficiale art. 337 c.p. 

Viene anche contestata la resistenza al pubblico ufficiale, l'art. 337 c.p. recita: "Chiunque usa violenza o minaccia per opporsi a un pubblico ufficiale o ad un incaricato di un pubblico servizio, mentre compie un atto di ufficio o di servizio, o a coloro che, richiesti, gli prestano assistenza, è punito con la reclusione da sei mesi a cinque anni.". Vengono a mancare due elementi fondanti del reato, ovvero: la minaccia e la violenza. Nonostante il giovane abbia sbagliato nel non consegnare il documento (noi non sentiamo l'audio del video pertanto non possiamo sapere se il giovane abbia riferito di non avere i documenti) e nonostante abbia sbagliato a svincolarsi, resta il fatto che non si vede violenza o minaccia da parte di Denis e dei suoi compagni ma anzi, risulta che questi avessero timore del poliziotto che era molto aggressivo e violento. 

Difatti, per configurare il 337 c.p. è necessaria la violenza o minaccia, tale locuzione costituisce un elemento essenziale della fattispecie, in quanto si tratta di strumenti idonei a coartare la volontà del soggetto pubblico in grado di conferire il necessario quid di disvalore all'ipotesi delittuosa. A differenza però del delitto di violenza a pubblico ufficiale di cui all'art. 336, nella figura in esame la violenza o minaccia accompagna il compimento dell'atto da parte del pubblico ufficiale o dell'incaricato di pubblico servizio, non quindi lo precede. Si deve poi trattare di violenza o minaccia idonea a impedire concretamente al funzionario il compimento dell'atto. Da questo evinciamo la completa impossibilità di configurare il reato in esame nei casi di resistenza passiva, così come nel caso di condotte di fuga, destrezza o raggiro, che non presentino tale requisito.


Inoltre, tale reato non si configura affatto quando la reazione è legittima perchè il pubblico ufficiale effettua atti arbitrari. Il codice rocco introduceva l'incondizionato rispetto all'autorità, perchè? Perchè il codice Rocco è di impronta fascista e pertanto subisce tale idea senza valutare le azioni illegittime dell'ufficiale che, invece, il codice Zanardelli aveva previsto. Difatti, caduto il fascismo, il legislatore ha ritenuto di introdurre nuovamente questa previsione perchè si era reso conto che purtroppo l'abuso di potere era frequente. L'articolo 4 del d.lgs. Lgt. 14 settembre 1944, n. 288 infatti prevede l'impunibilità del soggetto che reagisce ad un atto arbitrario e illegittimo dell'agente di polizia. 

Questa ipotesi, per come è stato raccontato e per come si evince dai video, è molto plausibile perchè sembra che l'agente chieda i documenti al giovane al solo fine di intimidirlo e farlo smettere di ridere. 


L'attività del poliziotto sotto quale fattispecie può ricadere? 


Abuso di ufficio 323 c.p. 

L'art. 323 c.p. ravvisa: "Salvo che il fatto non costituisca un più grave reato, il pubblico ufficiale o l'incaricato di pubblico servizio che, nello svolgimento delle funzioni o del servizio, in violazione di norme di legge o di regolamento, ovvero omettendo di astenersi in presenza di un interesse proprio o di un prossimo congiunto o negli altri casi prescritti, intenzionalmente procura a sé o ad altri un ingiusto vantaggio patrimoniale ovvero arreca ad altri un danno ingiusto, è punito con la reclusione da uno a quattro anni. La pena è aumentata nei casi in cui il vantaggio o il danno hanno carattere di rilevante gravità." 

La norma è diretta a tutelare il buon andamento della P.A., cui si accompagna l'esigenza di tutelare il privato dalle prevaricazioni dell'autorità. Pertanto è interesse primario del Ministero dell'Interno, del Capo della polizia, del Questore e di tutti gli agenti che tali atti non vengano lasciati impuniti perché sennò sarebbe a rischio la fiducia nell'autorità da parte del cittadino.  

La violazione di norme di legge citata dal 323 c.p., in questo caso, è sicuramente la lesione personale 582 c.p. con l'aggravante previsto dall'art. 583 c.p., ovvero il tentativo di immobilizzare il soggetto con una mossa che metteva a rischio la sua vita, ovvero lo strangolamento. Ovviamente poi la lesione personale può essere lievissima, lieve, grave o gravissima, per questo servirà il certificato medico per poter chiarire l'entità del danno causato. 


Vi è poi la possibilità della minaccia, ovvero per come raccontato dai giovani sembra che il poliziotto abbia chiesto i documenti al solo fine di intimidirli e ostentare il suo potere, questione che è molto più sottile e peculiare, atteggiamento che purtroppo molto spesso viene messo in atto da soggetti che hanno un potere e minacciano di esercitarlo ingiustamente. 

Infatti il problema si pone quando la minaccia presuppone un abuso del potere, che viene esercitato per il perseguimento di scopi diversi da quelli per il raggiungimento dei quali il potere stesso viene attribuito dall'ordinamento a un determinato individuo, rivestito di una pubblica funzione. L'ipotesi tradizionale di minaccia-mezzo del pubblico ufficiale, realizzata con abuso di potere, è notoriamente, nel nostro ordinamento, quella della concussione (art. 317 c.p.).

Il riferimento alla minaccia, quale modalità della condotta, è da sempre considerato implicito nella struttura della fattispecie e, in particolare, nel concetto di 'costrizione'. E la costrizione mediante minaccia è realizzata dal pubblico ufficiale, secondo la lettera della norma, "abusando delle sue qualità o dei suoi poteri", cioè attraverso una illegittima strumentalizzazione del 'poter fare' - e, per quanto qui rileva, del poter far male -, in ragione della propria posizione o delle proprie attribuzioni. Risulta allora evidente che nella concussione, strutturalmente, la minaccia è sempre minaccia di un male ingiusto: proprio perchè la legge esclude che ci sia concussione in assenza di abuso di potere e, quindi, esclude espressamente ogni rilievo, come fatto concussivo, alla 'minaccia' di un male 'giusto'. Come a dire, che se il giudice accerta la coartazione mediante minaccia, da parte del pubblico ufficiale, e accerta altresì l'abuso di potere, in rapporto causale con la costrizione, l'ingiustizia della minaccia è in re ipsa. 

Questo però non è possibile dirlo senza la prova di un atteggiamento minaccioso e prevaricatorio dell'agente, si parla di una ipotesi e non di una certezza. Ciò che però dobbiamo chiarire è quanto anche Ilaria Cucchi ha ribadito per anni, ovvero smettiamo di pensare che tutto sia rose e fiori e quelle poche cose che emergono sono le UNICHE E MALEDETTE mele marce. Purtroppo, sempre di più, dobbiamo arrivare a capire che ci sono molti soggetti che rivestono ruoli solo perchè credono di trarne un vantaggio e non per lo scopo moralmente lodevole che dovrebbe caratterizzare alcune cariche. Molto spesso infatti c'è chi crede che rivestendo alcuni ruoli possa rimanere impunito, esercitare la propria forza e incutere timore agli altri, ecco questo dobbiamo combattere. Combattendo questo modus agendi di alcuni allora daremo davvero onore a tutti quegli uomini e quelle donne che vestono la divisa onorandola e dando fiducia ai cittadini quando loro sono al nostro fianco. 


Perchè tutti parlano di mele marce? 


Aulla, Piacenza e ora Vicenza. Roma, per Stefano Cucchi e tanti altri... Tutti questi episodi ci hanno insegnato una cosa: " Ci sono alcune mele marce"
Sì, perché nessuno si è posto il problema dell'abuso di potere e dell'impunità di alcuni soggetti che all'ombra della divisa compiono atroci ingiustizie ma tutti, invece, si sono accaparrati il compito di difendere a spada tratta le forze di polizia. Mi chiedo: "Ma perchè?". 

Se noi andiamo dal gelataio e ci troviamo male perchè magari ci ha dato un gelato scadente, ci ha trattato male e ci ha anche preso 5 € per un cono piccolo, usciremo da quel gelataio e diremo: "Oh, io con i gelatai non voglio più avere a che fare, tutti scorbutici e ladri". Questo perché? Perchè per la nostra esperienza, un solo gelataio, quella categoria ci risulta non lodevole. 
Ma sicuramente non avremmo l'amico che ci dice: " Eh vabbè però è solo UNA MELA MARCIA fra tutti i gelatai". 

Se andiamo in ospedale perchè ci fa male un unghia e quel medico ci dice: " Ah ma non è nulla, vada pure a casa e prenda una caramella, guarirà" e poi dopo due mesi scopriamo di avere un tumore all'unghia sicuramente diremo: "Sti medici studiano anni e anni e poi non capiscono un ca***". Certo, sarebbe una banale e stupida generalizzazione ma sarebbe comunque la nostra esperienza. Nella nostra vita abbiamo incontrato solo quel medico e pertanto per noi non sarà "un medico" ma "Il medico" ovvero "i medici". Ma anche qui nessuno dira: "Eh oh, ma si ma è solo UNA MELA MARCIA fra tutti gli ottimi medici che servono lo stato dando la loro vita". No? 

Perchè invece per i carabinieri o la polizia accade? Perchè è in gioco una cosa IMPORTANTISSIMA. 

Il problema è di immagine e per le categorie come le forze di polizia è FONDAMENTALE. Le forze di polizia infatti esercitano un potere, in nome e per conto dello Stato, che gli viene dato dai cittadini. Senza questo patto sociale, non sarebbe possibile affatto questo potere. L'esistenza di questo tacito patto è fondamentale per il buon andamento della società, pensiamo ad esempio a quartieri malavitosi ove le persone, non nutrendo fiducia nella polizia (sbagliando sia chiaro) non sono portate a collaborare e a denunciare. 

Ma il compito di difendere l'onore e il prestigio delle forze di polizia non è e non deve essere demandato a noi cittadini ma a quelle persone che ne fanno parte. Ciò significa che se io voglio essere rispettato allora devo rispettare, se voglio esercitare un potere devo essere affidabile e credibile per esercitarlo. In concreto? Il modo migliore per non perdere credibilità è che i soggetti non compiano abusi e reati e quando li compiono, le istituzioni per prime ma poi i colleghi e gli altri membri dell'arma e della polizia, siano pronti a condannare senza coprirsi o giustificarsi. 


Tengo a precisare qui, che noi ci battiamo ogni giorno perchè la gente non solo denunci ma anche acquisti sempre più fiducia nel sistema giustizia e arrivi fino alla fine per l'affermazione della Verità (con la V maiuscola). Per questo motivo ci occupiamo di diritti umani, di diritti delle persone più deboli e indifese come i minori, le minoranze etniche o gli omosessuali. 




Infine voglio anche richiamare proprio la giurisprudenza della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo che è molto attenta alle violazioni della Convenzione Edu ed è molto più obbiettiva degli italiani nel condannare operazioni anche effettuate da organi statali come la Polizia. 

Cosa dice la Corte? L'agente di polizia può usare la violenza? La può usare sempre? Incondizionatamente? 

La Corte Europea dei Diritti dell'Uomo


Infine voglio anche richiamare proprio la giurisprudenza della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo che è molto attenta alle violazioni della Convenzione Edu ed è molto più obbiettiva degli italiani nel condannare operazioni anche effettuate da organi statali come la Polizia.


Cosa dice la Corte? L'agente di polizia può usare la violenza? La può usare sempre? Incondizionatamente? 

L'articolo 2 della Convenzione sancisce il diritto alla vita, ne abbiamo fatto anche un podcast disponibile su Spotify e Apple Podcast. In base all'art. 2.1 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo del 1950 "Il diritto alla vita di ogni persona è protetto dalla legge. Nessuno può essere intenzionalmente privato della vita, salvo che in esecuzione di una sentenza capitale pronunciata da un tribunale, nel caso in cui il reato sia punito dalla legge con tale pena". Considerato espressione di "uno dei valori fondamentali delle società democratiche che fanno parte del Consiglio d'Europa", attributo inalienabile della persona umana, esso rappresenta un diritto "senza il quale il godimento degli altri diritti e delle altre libertà garantite dalla Convenzione sarebbe illusoria". Secondo la Corte europea dei diritti dell'uomo, tale disposizione non impone solamente agli Stati firmatari di astenersi dal compiere azioni che mettano a rischio la vita degli individui, ma richiede altresì la predisposizione di adeguate misure di protezione rispetto ai pericolo per la loro integrità fisica anche in relazione ad eventuali comportamenti criminali di terze persone. Questo, in ogni caso, non significa dover predisporre ogni forma di tutela rispetto ad ogni possibile rischio, onere di per sé eccessivo per lo Stato alla luce anche dell'imprevedibilità dell'agire umano, ma impone tuttavia un'obbligazione positiva volta all'attivazione tutte le misure ragionevolmente disponibili di fronte ad un rischio certo ed immediato per la vita di uno o più individui. Tale tutela, comunque, comporta non solo, sul piano sostanziale, la predisposizione di adeguate misure legislative e amministrative in grado di prevenire ed evitare rischi per la vita dei singoli individui, ma anche, sul piano procedurale, la previsione di un sistema giudiziario efficace in grado di accertare le responsabilità in merito ad azioni o attività lesive del diritto alla vita. 

La stessa Convenzione europea contiene ancora alcune significative eccezioni alla tutela del diritto alla vita. In base all'art. 2.2, infatti, "la morte non si considera cagionata in violazione del presente articolo se è il risultato di un ricorso alla forza resosi assolutamente necessario: a) per garantire la difesa di ogni persona contro la violenza illegale; b) per eseguire un arresto regolare o per impedire l'evasione di una persona legalmente detenuta; c) per reprimere, in modo conforme alla legge, un'insurrezione o una sommossa". Tuttavia anche in questi casi, che potremmo ricollegare in generale all'esigenza di tutela dell'ordine pubblico in senso materiale, la giurisprudenza della Corte europea richiede agli Stati membri di rispettare obbligazioni sia di natura sostanziale, sia di natura procedurale.

Per quanto riguarda la vicenda di Denis a noi importa analizzare le obbligazioni di natura sostanziale. Pertanto, l'uso legale della forza è considerato legittimo solo se non eccessivo, proporzionato rispetto ai fini e conforme ai limiti stabiliti dalle legge. La previsione in questione, infatti, deve essere interpretata restrittivamente, ritenendo assolutamente necessarie solo quelle condotte strettamente finalizzate alla tutela della vita umana e dell'integrità delle persone coinvolte in operazioni di polizia. Dunque, in questi casi l'attività delle forze dell'ordine deve essere ispirata al principio di precauzione, grazie all'attivazione di tutte quelle misure che consentano di ridurre al minimo l'utilizzo legale della forza, in un sorta di (delicatissimo) bilanciamento tra tutela della vita delle potenziali vittime di aggressione criminale e tutela della vita degli stessi aggressori. Dunque, come ha precisato la stessa Corte europea, non certo una sorta di "carta bianca" nei confronti delle autorità di pubblica sicurezza (Perk e altri c. Turchia, 28 marzo 2006, n. 55), ma la necessità di adeguate misure legislative e amministrative che fissino precisi criteri in merito all'uso della forza (e delle armi in particolare) da parte degli agenti di polizia in tempo di pace (rimanendo esclusa, quindi, l'applicabilità di tali limitazioni in caso di vera e propria guerra). Nel corso degli anni i giudici di Strasburgo (spesso con decisioni contrastate e frutto di profonde divisioni) hanno quindi consolidato una giurisprudenza assai ricca in merito all'uso legale della forza e ai suoi limiti in relazione all'art. 2 CEDU; giurisprudenza che risulta molto sensibile alle vicende politiche dei diversi Stati membri, con particolare riferimento all'emergenza terroristica interna. In ogni caso lo scrutinio operato dalla Corte risulta particolarmente rigoroso, alla luce della assoluta necessità che, sola, giustifica il sacrificio del diritto alla vita tramite l'usa legale della forza. In particolare, una volta chiarito che si tratta di una situazione riconducibile alle ipotesi di cui all'art. 2.2, si tratterà di verificare se l'attività di polizia sia stata pianificata, gestita e condotta in modo da ridurre comunque al minimo il rischio per la vita delle persone coinvolte, compresi i responsabili di atti illegali.